La manipolazione dell’alveare: quali possibili effetti

La manipolazione dell’alveare: quali possibili effetti
Estratto dall’articolo “Il favo, organo del superorganismo alveare” di Luca Tufano (nov. 2013) 

L’alveare è un «microcosmo», una realtà ordinata e complessa che è necessario osservare con attenzione poiché ogni intervento dell’apicoltore è potenzialmente in grado di turbarne la struttura e l’armonia.

Una delle cose che l’apicoltore si trova più frequentemente a fare è la manipolazione dei favi. L’apicoltore inserisce telaini «suggerendo» alle api di costruire ed allargare il proprio nido oppure toglie telai imponendo una cura dimagrante improvvisa; spesso fa tutto ciò senza tenere in considerazione le esigenze reali dell’alveare, le sue condizioni alimentari e di salute. Le operazioni apistiche si svolgono spesso in modo molto meccanico e sono guidate da una visione antropocentrica dell’alveare, quindi da una visione distorta. Al contrario, invece, interventi di questo genere possono introdurre nell’alveare uno squilibrio importante con ripercussioni talvolta anche gravi.

Gli interventi di novembre, ad esempio, quando si tolgono alcuni favi e si stringono le famiglie lasciandosi guidare dalle temperature esterne, provocano un vero e proprio terremoto che può causare gravi danni in quanto vanno a modificare la struttura interna dell’alveare così come è stata predisposta dalle api in vista della diapausa invernale. Sono le api che procedono alla termoregolazione dell’alveare che stabiliscono le dimensioni dei favi e i varchi presenti tra favo e cornice del telaio; ogni aspetto che a noi può apparire casuale è invece il frutto di un disegno ben preciso, di un’ingegneria delle operaie che hanno così costruito i favi in modo da gestire e convogliare le correnti d’aria interne utili, a seconda dei casi, al riscaldamento o al raffreddamento del nido. 
 
Il nido non è solo una dispensa o la culla per i piccoli, ma è anche un pilastro del superorganismo alveare: è scheletro, organo sensoriale, sistema nervoso, sistema immunitario. Il nido non è un semplice ambiente a cui le api si sono adattate nel percorso dell’evoluzione. Al contrario, si tratta di un ambiente che le api hanno costruito, assoggettato alle forze dell’evoluzione, così come qualsiasi altro organo o attributo delle api». Persino le bottinatrici passano circa il 90% del proprio tempo dentro il favo o su di esso e quindi le possibilità di interazione tra le api ed il nido sono indefinite. Il nido è il mondo delle api tout court ed una sua manipolazione deve essere molto cauta se non vogliamo che un nostro intervento si trasformi inevitabilmente ed involontariamente in un’amputazione di quello che abbiamo definito scheletro, sistema immunitario e sistema nervoso dell’alveare.

Le comunicazioni interne all’alveare avvengono, oltreché per via chimica (per mezzo dei feromoni), anche per via fisica cioè per mezzo di vibrazioni che le api trasmettono sulla cera. Per tale ragione ciascun favo è in relazione con gli altri, come in una catena di trasmissione, e la sua struttura consentirà una maggiore o minore efficienza della comunicazione. Le cornici di legno, che nelle arnie razionali circondano il favo su ogni lato, ostacolano la capacità di trasmettere segnali lungo il bordo delle cellette da favo a favo, ragione per cui le api creano spesso degli spazi tra il favo e la cornice permettendo la diffusione delle vibrazioni. Con lo stesso metodo le api organizzano le correnti interne utili alla termoregolazione dell’alveare aprendo o chiudendo dei varchi; tali correnti saranno in relazione sia con il numero delle api che con la posizione assunta dal glomere, oltre che con la necessità di scaldare gli ultimi cicli di covata autunnale. In tutta questa organizzazione conta naturalmente la posizione delle scorte; una loro ridistribuzione da parte dell’apicoltore a metà novembre sulla sola base di un meccanico e tardivo restringimento della famiglia, benché desideri facilitare il compito termoregolatore delle api invernali, potrebbe complicarlo o comprometterlo, stravolgendo i canali d’aria predisposti dalle api.

Il favo ha inoltre un ruolo di prima linea nella difesa contro gli agenti patogeni. A tal fine, è trattato dalle api con particolari strati di propoli che rivestono le cellette del nido di covata svolgendo funzione antibatterica ed antifungina. La propoli viene stoccata dalle api nel nido e utilizzata in caso di necessità. In relazione alle patologie apistiche, il favo, o meglio la sua cera, costituisce la memoria dell’alveare anche rispetto ai trattamenti farmacologici effettuati dall’apicoltore. La buona prassi di ricambio della cera evita che i residui chimici dei varroacidi si accumulino nel nido, con effetti di tossicità sulla covata. In ragione dell’origine della cera e dei processi di invecchiamento che la sottopongono a mutazioni chimiche evidenti anche ad occhio nudo (variazioni cromatiche che attestano l’età della cera), nonché in virtù delle sue capacità assorbenti, il favo rappresenta la memoria e dunque l’identità di una colonia sia per l’apicoltore, ma anzitutto per le api alle quali la composizione chimica della cera trasmette molte informazioni utili.