La “tachipirina” delle api: la PROPOLI- PARTE 2

La “tachipirina” delle api: la PROPOLI- PARTE 2
di Martina Trapanese (tecnico APAS)

4. Ultime ricerche
Nel corso degli anni diversi studi si sono occupati della propoli, delle sue proprietà, dei suoi benefici per l’uomo, ma pochi si sono soffermati sui vantaggi per le api. Di seguito sono presentati i risultati di una serie di indagini condotte da diversi gruppi di ricerca al fine di comprendere meglio la composizione e l’utilità della propoli all’interno degli alveari.
Nel 2014 un gruppo di ricercatori francesi e bulgari ha studiato la composizione chimica della propoli proveniente da colonie resistenti alla varroa e da quelle sensibili alla varroa, presenti in uno stesso apiario ad Avignone, per verificare eventuali differenze chimiche nella sua composizione.

 

  

La differenza più importante e statisticamente significativa è stata riscontrata nella concentrazione di acido caffeico e degli esteri pentenili dell’acido caffeico (3-metil-3-butenil caffeato, 2-metil-2-butenil caffeato e 3-metil-2-butenil caffeato)  che erano maggiori nella propoli prelevata da colonie resistenti (Figura 3). Questi studi hanno evidenziato una relazione significativa tra l’infestazione da varroa e la qualità della propoli nell’alveare.

 Uno studio del 2017, condotto da ricercatori tedeschi, ha esaminato l’effetto della propoli grezza su un virus delle api (virus delle ali deformi-DWV) e sulla varroa.

Studi passati avevano già osservato gli effetti narcotici degli estratti etanolici della propoli sui parassiti delle api. Nello specifico effetti letali sono stati osservati per gli estratti con elevato contenuto alcolico (70%) e meno (o zero) per gli estratti con contenuto alcolico inferiore (40%), il che può essere spiegato da un contenuto inferiore
di composti bioattivi. Ma in condizioni naturali, gli acari raramente entrano in contatto diretto con le alte concentrazioni dei componenti non volatili presenti negli estratti alcolici al 70%. Possono invece essere esposti a sostanze volatili che evaporano dalla propoli depositata in varie aree dell’alveare (compresi i bordi delle celle).

Nella ricerca condotta dai tedeschi, ad alcuni alveari è stata somministrata una dose aggiuntiva di propoli a sua volta sottratta agli altri alveari analizzati.

Da questo studio è emerso che le colonie che avevano avuto il supplemento di propoli erano più forti e mostravano un carico virale di DWV inferiore rispetto alle famiglie private di propoli. Si è inoltre visto che la quantità di resina raccolta da ciascuna colonia era, nel complesso, positivamente correlata con i livelli di infezione da DWV, suggerendo che le api rispondono attivamente alla pressione virale aumentando la raccolta di resina.

È stato anche osservato che la propoli grezza non aveva un forte effetto sulla varroa, se non quella estratta da colonie trattate precedentemente con timolo.

Nel 2017 un gruppo di ricercatori italiani e tedeschi ha verificato se la quantità e la qualità di resina raccolta all’interno degli alveari infestati da varroa erano diversi da quella raccolta in alveari non infestati. In questo studio sono state proposte due ipotesi per spiegare il comportamento delle api bottinatrici della resina in risposta al carico di varroa:

  1. ipotesi quantitativa: le api raccolgono più resine.
  2. ipotesi qualitativa: le api raccolgono diverse resine incrementando il contenuto diversificato di polifeonoli e flavonoidi.

Dagli esperimenti è emerso che quando le colonie erano in condizioni di stress a causa dell’infestazione da varroa, si registrava un aumento del numero di api bottinatrici della resina. L’aumento di questa categoria di api apparentemente soddisfa il primo criterio di comportamento adattivo definito da Clayton e Wolfe.

Lo studio ha anche rivelato differenze qualitative nella propoli prodotta dalle api in funzione del livello di infestazione da varroa; nello specifico il contenuto polifenolico totale era ridotto nella propoli prodotta negli alveari infestati rispetto al gruppo privo di varroa.

Nel 2018, lo stesso gruppo di ricerca ha condotto una serie di indagini per capire se le colonie infestate da varroa potevano trarre beneficio dall’aumento dei livelli di resina all’interno del nido.

Da questa ricerca si è potuto osservare che la propoli grezza ha effetti positivi sulla durata della vita delle api adulte infette da varroa.

Anche la propoli grezza ha mostrato un effetto narcolettico sugli acari foretici. Attraverso tale effetto, la propoli può interferire con la capacità della varroa di nutrirsi dall’ospite, riducendo così la trasmissione dei virus ad essa associati.

Dagli tutti studi sopra citati sembra ormai chiaro che la propoli ha un effetto estremamente benefico sulla vitalità delle api. Altre ricerche del 2013 hanno infatti osservato come le api africane, che hanno la tendenza a raccogliere più propoli, hanno una maggiore vitalità della covata e le api sono più longeve.

Possiamo inoltre supporre, che siano proprio le proprietà della propoli a far si che colonie di api non trattate con farmaci acaricidi, riescano a sopravvivere anche per diversi anni (5-9 anni), come osservato in un lavoro condotto da un gruppo di ricercatori francesi e risalente al 2007.

Visti i benefici della propoli per le api, è bene ricordare che la sua costante rimozione dagli alveari può danneggiare le api, aumentando il loro stress fisiologico, con conseguente aumento dell’attività immunitaria e quindi riduzione della forma fisica individuale.

Inoltre, nel corso degli anni, l’addomesticamento delle api ha portato ad una riduzione della loro raccolta di propoli, probabilmente perché il suo uso utilizzo rende spesso difficile l’apertura degli alveari per gli apicoltori. Hoyt nel 1965 affermò che la propoli “è la rovina dell’esistenza di un apicoltore”, quindi non sorprende che gli apicoltori col tempo abbiano selezionato linee che raccolgono meno propoli.

Leggi la parte 1 dell'articolo

4. Bibliografia
1. Drescher N. et al. (2017). Inside Honeybee Hives: Impact of Natural Propolis on the Ectoparasitic Mite Varroa destructor and Viruses. Insects, 8 (1): 15. https://doi.org/10.3390/insects8010015.
2. Le Conte Y. et al. (2007). Honey bee colonies that have survived Varroa destructor Apidologie, 38 (6): 566-572. DOI: https://doi.org/10.1051/apido:2007040.
3. Nicodemo D. et al. (2013). Increased brood viability and longer 
lifespan of honeybees selected for propolis production. Apidologie, 45:
269-275. 

4. Popova M. etal. (2014). Propolis chemical composition and honeybee resistance against Varroa destructor. Natural Product Research, 28
(11): 788-794. DOI: 10.1080/14786419.2014.881366.
5. Pusceddu M. et al. (2017). Resin foraging dynamics in Varroa destructor-infested hives: a case of medication of kin? Insect Science.1-14. DOI: 10.1111/1744-7917.12515. 
6. Pusceddu M. et al. (2018). The effects of raw propolis on Varroa-infested honey bee (Apis mellifera) workers. Parasitol Res, 117: 3527-3535. https://doi.org/10.1007/s00436-018-6050-0.
7. Simone-Finstrom M. & Spivak M. (2010). Propolis and bee health: the natural history and significance of resin use by honey bees. Apidologie, 41 (3): 295-311. DOI: https://doi.org/10.1051/apido/2010016.