Apicoltura in Campania

APICOLTURA IN CAMPANIA: SETTORE NON SECONDARIO

di Alberto Martino

L’analisi del settore apistico regionale non può non partire dai dati, seppur vecchi di più di un decennio, che radiografarono la consistenza del comparto con un’indagine censuaria, molto attenta, svolta nel 2001, dalla regione Campania.
Già allora emerse che l’apicoltura era un’attività di rilevante importanza economica in alcune realtà del Beneventano, nell’Alta Irpinia e nella piana Campana che attraversa tutta la fascia litoranea da Salerno a Caserta.

A distanza di quasi quindici anni, in mancanza di una nuova indagine, proviamo a fare una stima del comparto partendo dai dati riguardanti il Reg. 1234/07 e dalla conoscenza del settore che la nostra Associazione dispone tramite i propri soci presenti in tutte le province che forniscono costantemente informazioni sulla crescita del comparto in Campania.

Può sembrare inopportuno pubblicare oggi questi dati stimati se si considera che dovremmo disporre di qui a poco di dati certi con la Banca Dati Apistica (BDA) che dal mese di marzo dovrà essere pienamente operativa. Tuttavia, prima che la BDA arrivi a regime, sarà necessario un lungo e faticoso periodo di rodaggio e non è da escludere che fornirà, nella fase di avvio, dati sottostimati a causa dalla complessità delle operazioni di implementazione che richiederanno pazienza, sinergia tra tuti i soggetti interessati  e attivazione di controlli da parte degli organi deputati.

Certo, la stima non è il miglior metro ma è senza dubbio un metodo per ragionare intorno ad un mondo che da sempre mostrata qualche riserva a collaborare a causa, probabilmente, dell’alto numero di operatori part-time che si dedicano all’apicoltura per puro diletto. Molte di questa micro aziende sfuggono spesso a qualsiasi forma di censimento giacché sconosciute agli organi di controllo per la mancata denuncia degli alveari da parte dei titolari. Negli ultimi anni, grazie al lavoro di assistenza e formazione svolto dalle associazioni, molte di queste realtà sono venute allo scoperto e sono cresciute sino al punto da rappresentare un riferimento in taluni settori delle attività apistiche. Nel periodo 2002/2013 stimiamo che si sia avuto un incremento del numero di aziende compreso tra l’8 e il 12%. Il nostro dato è stato prudenzialmente stimato per difetto con un incremento minimo dell’8% (Tab. 1).

L’apicoltura Campana si colloca tra le prime otto apicolture regionali e al terzo posto tra quelle meridionali e insulari con una consistenza di alveari, censiti nel 2002 e considerati validi ai fini del reg 1234/07, di oltre 48 mila unità. Dato molto distante dalla realtà, da noi stimata, che supera i 60 mila alveari (Tab. 2).

Il comparto in questi anni è cresciuto per numero di operatori e per alveari allevati. La crescita è stata il frutto di una tendenza socio-culturale che ha attratto verso l’apicoltura nuove figure professionali, talora molto distanti dal mondo agricolo anche se, spesso, legato a questo per colleganza familiare o per disponibilità di spazi rurali necessari all’esercizio di quest’attività. Le nuove aziende sono per lo più condotte da giovani imprenditori con grado d’istruzione medio-alto che hanno rilevato attività familiari preesistenti marginali o, in alcuni casi, già importanti. In questo quadro trova spazio un mondo fatto di apicoltori che hanno fatto di questa professione una vera e propria scelta di vita. Nell’area metropolitana di Napoli, Salerno e Caserta l’apicoltura è presente in modo rilevante con aziende professionali il cui centro aziendale si colloca in quartieri densamente abitati che ciò nonostante offrono spazi verdi molto ampi adatti per fare apicoltura da reddito. Questo tipo di apicoltura non va sottovalutata per l’interesse che tale attività suscita in tante realtà urbane nazionali e internazionali e per le molteplici funzioni che può svolgere in tali ambienti.

Il settore è cresciuto anche grazie al lavoro associativo che abbiamo svolto in questi anni e che continuiamo a svolgere con la nostra struttura tecnica-organizzativa in tutte le province Campane. Due qualificati tecnici sono a disposizione dei nostri associati in modo continuato offrendo a tutti la loro assistenza con competenza e spirito di servizio che in questo tipo di attività conta molto  e fa la differenza.

Un punto di svolta nello sviluppo al settore si è avuto con i programmi regionali sul miglioramento della  qualità del miele e con il penultimo PSR 2007/2013 le cui misure hanno consentito a molte aziende professionali di fare grossi investimenti su:

  • strutture (laboratori, magazzini, sale confezionamento prodotti apistici, sale stoccaggio melari ecc.);
  • logistica aziendale (camion, fuoristrada, muletti, banchette, gru e quant’altro necessario per migliorare, rendere meno faticoso e più sicuro il lavoro di movimentazione di alveari e materiale apistico);
  • attrezzature apistiche (linee di smielature semiautomatiche e automatiche, impianti d’invasettamento e condizionamenti prodotti apistici, informatizzazione dei processi di gestione dell’allevamento, dei laboratori e dei magazzini).

Nonostante ciò, l’apicoltura campana continua ad essere caratterizzata da tante piccole realtà produttive, anche se quella da reddito occupa un ruolo importante con oltre il 30% di aziende che si dedicano in modo prevalente all’allevamento delle api dalle quali ricavano la loro principale, se non esclusiva, fonte di reddito (Tab.3).

Le aziende sono prevalentemente stanziali con un buon 20% che pratica nomadismo di medio e lungo raggio in Campania o nelle regioni limitrofe (Tab. 4).

La principale produzione apistica è il miele.  La produzione di sciami viene praticata in quasi tutte le aziende professionali e semiprofessionali per soddisfare i bisogni aziendali destinando alla vendita il surplus. La produzione di regine viene svolta in importanti aziende specializzate operanti principalmente in provincia di Avellino e Benevento. Una percentuale rilevante del reddito deriva dal servizio d’impollinazione svolto da parecchie aziende napoletane, casertane e avellinesi in aziende frutticole e orticole della piana campana e del tavoliere di Puglia.

Anche in questo caso, per le stime produttive, sono stati utilizzati criteri di valutazione molto prudenziali, anche se, in molte realtà aziendali professionali che praticano il nomadismo, le produzioni medie, per il miele, sono più che doppie rispetto a quelle stimate (Tab. 5).

A fronte di queste produzioni stimate, il valore della produzione supera gli 11 milioni di euro. Il miele concorre, in valore, con oltre l’80% mentre la produzione di sciami concorre per circa il 10%. La restante parte del valore della produzione apistica campana e data dalle altre produzioni. Può sembrare poca cosa ma se rapportato al numero esiguo di aziende, altamente specializzate, impegnate in quelle attività, si capisce che è una voce del bilancio aziendale molto rilevante (Tab. 6) .

Esposti in forma grafica, i dati sulla ripartizione del valore della produzione rendono visivamente chiaro il peso di ciascun prodotto. 

I dati esposti testimoniano la dinamicità e l’importanza del settore per consistenza, valore della produzione, grado di specializzazione, qualità professionale degli addetti e qualità delle produzioni.

Letti in tal modo i dati, potrebbe sembrare che l’apicoltura è un’oasi felice rispetto ad altri settori agricoli, perennemente in crisi. Tuttavia, i punti critici che affliggono il settore sono tanti e rilevanti. Alcuni vecchi, altri recenti e molto preoccupanti.
Tra i vecchi vanno annotate le patologie apistiche con le quali si convive da anni grazie all’attuazione di corrette pratiche di gestione degli alveari, da parte degli apicoltori: varroa e patologie conseguenti, virosi, micosi e batteriosi per citare quelle di maggiore preoccupazione.

L’alterazione dell’ambiente naturale e degli agro-sistemi hanno portato alla perdita di fonti nettarifere di rilevanza economica per tantissime aziende apistiche ma anche per aziende agricole e silvo-pastorali che si avviano a chiudere la loro attività con disastrose conseguenze di ordine ecologico e ambientale per tanta parte del territorio campano. Il cinipide del castagno, introdotto in Italia da poco più di un decennio, ha messo in ginocchio un settore che in Campania dava lavoro ed economia a vaste aree appenniniche della regione. Basti pensare alle aziende esportatrici di castagne in nord America, mercato ricco che assorbiva grosse quantità di prodotto fresco e semilavorato, che hanno chiuso o che si sono trasformate in importatori di prodotto di scadente qualità; ancora, vanno citate le aziende di trasformazione e lavorazione delle castagne, prodotto principe di tante specialità tipiche regionali, le aziende apistiche che spostavano in montagna, nei castagneti, migliaia di alveari per produrre un ottimo miele monoflora e polline fresco molto richiesto e apprezzato. Queste produzioni sono state totalmente azzerate senza altra scelta produttiva se non quella di saturare i pascoli, poveri, di un improbabile ricaccio di fiori di foraggere nelle aree interne per produrre insignificanti quantità di millefiori estivo. A tutto questo disastro ambientale si sta ponendo riparo con interventi sporadici d’inascoltata divulgazione e lancio di troppo pochi antagonisti. I castanicoltori usano pesticidi in fioritura per cercare, disperatamente e invano, di salvare la produzione facendo strage di api, pronubi naturali e antagonisti.

Un gran blaterare sulla materia ma nessun intervento concreto, tangibile, efficace, coordinato, guidato e vigilato, volto al ripristino di un equilibrio biologico rotto in un agro-ecosistema primario com’è quello delle vaste aree boschive castanicole campane e che i trattamenti chimici possono solo peggiorare.

Perdita di superficie foraggere per l’abbandono della zootecnia nelle aree interne, monocolture da rapina, uso indiscriminato di pesticidi, concia di sementi con prodotti tossici per le api e pronubi (girasole, ortive, mais), impiego di semi ibridi, che danno fioriture non nettarifere e tossiche per le api, meno produttivi delle varietà conosciute e coltivate un tempo, imposte dalle multinazionali e da regolamenti che vietano l’impiego di semi non certificati sono solo alcuni dei cambiamenti epocali cui stiamo assistendo, impotenti, contro i quali dobbiamo lottare con la consapevolezza che siamo dalla parte giusta per noi e per tanta parte del mondo pensante non asservito.

Nuove avversità sono arrivate, forse già da quest’anno saranno endemiche in tutt’Italia e ci toccheranno direttamente. La diffusione del piccolo scarabeo degli alveari che, già presente in Calabria e Sicilia, ha mandato al rogo oltre 3.600 alveari per colpa di una cinquantina di scarafaggi trovati in altrettanti alveari e la Vespa vellutina, killer delle api, che dal nord (Liguria) si appresta a colonizzare, a marcia forzata, tutta la penisola e il vecchio continente, terrorizzando e sbranando le nostre api.

Tempi duri per testardi come noi! Non ci arrendiamo e non alziamo le mani di fronte a questa triade di nemici: patologie e avversità delle api vecchie e nuove, untori di pesticidi, cambiamenti eco-ambientali e colturali.
Non ci arrenderemo perché siamo convinti che la nostra competenza, aggiornata e riformata in continuo, sia un’arma micidiale per superare le difficoltà che incontriamo ogni giorno. Siamo convinti che fare questo mestiere non è più possibile farlo per sentito dire. Bisogna essere dentro i processi di conoscenza della materia, che è in continua evoluzione, partecipando a convegni, seminari, corsi di formazione, incontri divulgativi, essere presenti agli appuntamenti apistici nazionali ed internazionali, partecipare a forum mediatici, consultare siti web tematici a partire dal nostro sito www.apascampania.it , abbonarsi a riviste specializzate tipo l’Apis, partecipare a tutte le iniziative che la nostra Associazione svolge sul territorio regionale. La formazione e l’aggiornamento, nei prossimi anni, più che in passato, selezioneranno severamente gli addetti al settore. Non c’è più spazio per l’individualismo, pena l’uscita drammatica dal settore.

Ciascuno di questi temi merita una trattazione a sé e non è detto che non lo faremo, con calma e pazienza, in seguito.