Uno spaccato sull’apicoltura biologica fatta di scelte mirate che spesso precorrono i tempi

di Mario Martino

Francesco Panella, oltre ad essere presidente UNAAPI, è un apicoltore. Ligure di nascita e piemontese d’adozione conduce un’azienda di 1.000 alveari con metodo biologico. La sede aziendale è nel comune di Novi Ligure, nell’alessandrino e da lì sposta le proprie famiglie al massimo di 40 km ovvero con un  nomadismo che oggi viene definito a breve raggio, fatta eccezione per lo svernamento degli sciami che avviene in Maremma. Ogni apiario è costituito da 56 arnie da 10 telaini poste su banchette da 4 che vengono spostate con un camion da 75 q dotato di gru. Durante la sua appassionata presentazione, ha definito il suo nomadismo non tanto di produzione ma bensì di fuga, avendo come principale obiettivo quello di evitare gli avvelenamenti.

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La produzione principale è l’acacia, cui segue il millefiori, il tiglio, il castagno e la melata. Queste ultime due, negli anni recenti, hanno subito una forte contrazione. La sua intera produzione viene conferita al CONAPI.
Si avvale dell’aiuto di diverse unità lavorative per un totale annuo di circa 10.000 ore. In primavera si procede al lavoro di pareggiamento delle famiglie cui fa seguito una crescita bilanciata delle stesse anche attraverso la nutrizione, pratica a lui sconosciuta fino ad una decina d’anni fa. Utilizza il telaio fuco e la crescita può arrivare fino ai dieci telai. Al momento della posa dei melari, il nido viene riportato ad otto telai (compreso il telaio a fuco) e stretto fra due diaframmi. Si procede poi, nei limiti del possibile, al controllo delle celle. Operazione che termina quando il flusso nettarifero diventa importante e le api hanno riempito il primo melario.

Smielata l’acacia, iniziano i trattamenti anti-varroa mediante asportazione di covata partendo dagli apiari che manifestano i più alti valori di infestazione da varroa misurata mediante il test dello zucchero a velo. L’asportazione della covata è completa (anche quella non opercolata) e gli sciami che ne derivano, a cui successivamente sarà data una cella reale, vengono assemblati con sei telai di covata di cui solo due coperti da api. Nell’arnia, nella quale è rimasta la regina, verranno inseriti i fogli cerei ed il giorno successivo si procederà a gocciolare con Apibioxal. Lo sciame verrà trattato allo stesso modo trascorsi 24 giorni dalla sua costituzione.

Secondo l’esperienza di Panella, il ceppo rimasto nell’arnia ha la stessa vitalità di uno sciame naturale; mentre, lo sciame costituito con la cella avrà uno sviluppo più lento ma comunque accettabile. Tale metodo di lavoro si è reso necessario vista l’impossibilità di arrivare al raccolto della melata con una soglia di varroa tale da evitare il collasso della famiglia. Si rinuncia quindi ad una parte di raccolto a fronte di una migliore gestione sanitaria della famiglia; tuttavia, la creazione di nuovi nuclei da destinare al mercato costituisce un ritorno economico apprezzabile. I trattamenti di pulizia invernale sono strutturati allo stesso modo. Se le famiglie non sono in blocco naturale, si procede all’asportazione o allo sforchettamento della covata (soprattutto in Maremma) a cui segue un’Apibioxal gocciolato ed eventualmente anche sublimato a distanza di qualche giorno. Negli altri casi si interviene  con più sublimati.

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